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    L'UNIVERSO: TERRA, ESSERI VIVENTI, INFINITE MAGIE NATURALI (IMMORTALI)

    - CAPITOLO 6 -



    Prima parte



    Come è nato l'universo?

    Nebulosa planetaria :
    Poiché oggi riteniamo che l'universo sia in espansione, possiamo andare a ritroso nel tempo di circa 15 miliardi di anni e immaginare tutte le galassie concentrate in una piccola sfera gassosa. Continuando a ridursi, questo gas si riscalda sempre maggiormente, assumendo prima una colorazione rossa, poi gialla, e infine bianco-bluastra.
    In queste condizioni, tutto lo spazio esistente è come una intensissima stella luminosa.
    A questa temperatura i nuclei degli atomi di deuterio, litio ed elio si spaccano e compaiono gli elettroni e i positroni.
    Continuando ad immaginare questa compressione continua, compaiono dunque i neutroni, i protoni e altre particelle pesanti. A questo punto il calore è inimmaginabile.
    Tutto l'universo si trasforma in quark e leptoni.
    Le forze presenti in natura - le forze nucleari forti e deboli, la gravità e quella elettromagnetica - si fondono in una sola, l'energia sviluppata è incredibilmente enorme. Si è così arrivati, a ritroso nel tempo, all'istante del big-bang, alla nascita dell'universo, del tempo, dello spazio e della gravità.
    Non è facile immaginare cosa ci fosse prima dell'esplosione, sappiamo però che da quell'istante è cominciata la storia e l'evoluzione dell'universo come lo conosciamo.
    Durante la sua continua espansione, ha dato vita a stelle, pianeti e galassie.
    Anche se la maggior parte dei cosmologi abbracciano la teoria del big-bang, c'è anche chi è critico verso questa spiegazione.
    Tra le teorie alternative c'è per esempio quella dello steady state, cioè dello stato stazionario di un universo sempre in espansione ma senza inizio né fine, il che presupporrebbe continue immissioni di nuova materia. Questa ipotesi è stata del resto suffragata da una formulazione matematica che non viola la legge sulla conservazione della materia e dell'energia.
    Il moto rotatorio della Terra deriva dal movimento di accrezione con cui si sono formati i pianeti a partire dalla polvere cosmica (un po' di annetti fa).
    Adesso questa energia cinetica non è eterna e col tempo andra' esaurendosi e la Terra si fermera' (prove scientifiche dimostrano che la durata del giorno ''terrestre'' va diminuendo col tempo).
    Nel sistema solare ci sono oggetti che ruotano in senso orario, cioè opposto al senso di rotazione della Terra.

    LA TEORIA DEI BUCHI NERI: Il pianeta Terra ha una densità media di circa 5 grammi per cemtimetro cubo, una Stella come il Sole ha una densità media molto inferiore, però ha una forza di gravità enormente maggiore.
    In linea teorica l'idrogeno che forma una stella dovrebbe essere attratto dall'immensa forza di gravità della stella, quindi diventare ultra denso fino ad assumere uno stato definito "metallico", in realtà l'enorme pressione e l'enorme temperature a cui è sottoposto l'idrogeno della stella man mano che si ci avvicina al centro della stella innescano un processo di "fusione nucleare" che trasforma l'idrogeno in elio, questa trasformazione rende le stelle ciò che vediamo ...delle immense centrali a fusione nucleare.
    Il processo di fusione nuclerare ha un'altro compito....impedisce agli strati superficiali della stella di precipitare verso il suo centro.
    Però anche le stelle muoiono, quando hanno esaurito tutto l'idrogeno non hanno più la forza di impedire che gli strati estermi collassino sul centro della stella, a questo punto possono accadere diverse cose in base al tipo di stella ....non sono tutte uguali.
    Se la massa di una stella è minore di circa tre volte la massa del Sole, la stella in contrazione si stabilizzerà a un diametro minore, quando l'attrazione gravitazionale diretta verso l'interno non potrà più costringere le particelle che costituiscono la stella ad avvicinarsi ulteriormente l'una all'altra, in questo caso gli elettroni che compongono gli atomi della stella spinti dall'immensa pressione collassano sul nucleo dell'atomo e la stella diventa una "nana bianca o stella di neutroni".
    Una stella di neutroni ha una densità teorica di migliaia di tonnellate per centimetro cubo (la terra ha una densità di 5 grammi... ricordi??).
    Ma se la massa della stella è maggiore di circa 3 masse solari, la teoria prevede che la forza diretta verso l'esterno, per quanto grande essa possa essere, non riuscirà a evitare la schiacciante compressione gravitazionale, e la stella imploderà, scomparendo per sempre dalla vista e dando origine ad un buco nero.
    Vicino a un buco nero, il campo gravitazionale è di gran lunga più forte di quanto sarebbe previsto dalla teoria newtoniana.
    Un uomo che fosse risucchiato in un buco nero avente una massa pari a quella del Sole sarebbe fatto a pezzi dalla forza gravitazionale differenziale agente lungo il suo corpo molto tempo prima di avere raggiunto l'orizzonte del buco nero, la gravità del buco nero sarebbe talmente elevata che i piedi dell'uomo raggiungerebbero il centro del buco nero quando la sua testa deve ancora superare quello che viene chiamato "l'orizzonte degli eventi"...in parole povere verrebbe stirato come una fettuccina......
    Dopo che l'orizzonte del buco si è formato, non si possono più ricevere informazioni sul destino ultimo della stella collassata che racchiude al suo interno.
    I calcoli del collasso (supposto sferico) indicano che la stella è compressa fino a volume zero e densità infinita nel centro del buco nero, in cui forma un punto di forza gravitazionale infinita chiamato singolarità.

    L'ENERGIA: Cos’è l’energia?
    Tutti ne parliamo, tutti la “sentiamo” e la “avvertiamo”… ma sappiamo veramente cosa sia ?
    Abbiamo la netta impressione che questo termine sia terribilmente inflazionato, ma che ben poche persone sappiano veramente di cosa stiano parlando.
    Per parlare, dunque, di energia, dobbiamo accostarci alla cultura orientale.
    Già cinquemila anni prima di Cristo i Cinesi parlavano di due forme di energia: una proveniente dal cosmo - il prana - e l’altra emanata dalla Terra.
    Secondo l'antico pensiero cinese l’Universo è simile ad un tessuto infinito che si svolge nel tempo e nello spazio.
    È un grande fiume in fluire nel quale gli esseri viventi e tutte le cose passano e scorrono in un incessante movimento; dalla vita alla morte, dall’essere al non essere, in un’ineluttabile alternanza senza fine.
    È un principio indifferenziato che comprende, contiene e compenetra contemporaneamente tutti i fenomeni; è un’armonia regolatrice che possiede in se stessa l’essenza del movimento, della trasformazione e della vita.
    Questo principio di tutte le cose animate ed inanimate, questa energia primaria, prende il nome di “TAO” e prende forma manifestandosi - e generando un modello polare: il cielo e la terra… ma attenzione!
    Non bipolare, in quanto il principio è unico.
    Dall’unione, dall’incontro di queste due energie (Cielo - Yang e terra - yin), dall’unione delle energie cosmiche con le energie nutritive terrestri, appare sulla Terra l’uomo: essere altamente evoluto che allo stesso tempo è parte costituente e mediatore del principio binario Yang yin.
    L’uomo, inoltre, poggiando i piedi sulla terra ed allo stesso tempo avendo il capo rivolto al cosmo non solo è un mediatore, ma rappresenta e racchiude nel proprio corpo il principio del quale diviene il principale punto di unione e di riferimento.
    Nasce, in questo modo, il principio ternario cielo - uomo - Terra.
    L’uomo, in quanto dipendente in maniera inscindibile dall’ambiente che lo circonda, per la propria sopravvivenza deve riflettere e condividereAN> fedelmente i ritmi della natura e i ritmi di tutti gli altri esseri viventi.
    In questa maniera, è in stato di veglia durante il giorno (attivo) mentre dorme e riposa (passivo) durante la notte; lavora i campi nella stagione calda e riposa in inverno sintonizzando il proprio comportamento con i ritmi della natura che lo circonda.
    Nel tempo questi cicli sono diventati oggetto di studio o base per credenze religiose presso alcuni popoli.
    L’osservazione della vita contadina ha suggerito ai Cinesi l’idea che i naturali cicli dell’ambiente che ci circonda - il macrocosmo si ripetano nell’organismo dell’uomo e che, quindi, possa essere ritenuto un microcosmo: un piccolo universo in miniatura, somigliante e simile in tutto e per tutto all’universo infinito.
    Tutti i ritmi del cosmo - e quindi dell’uomo, che li riflette hanno una pulsazione che si può suddividere in quattro parti.
    Le quattro stagioni dell’anno, ad esempio, si possono suddividere nelle quattro parti del giorno: la primavera al mattino, l’estate al mezzogiorno, l’autunno alla sera e l’inverno alla notte.
    Mettendo da parte, per un istante, i tempi intermedi (e quindi di passaggio); di primavera - mattino e di autunno - sera, possiamo trovarci dinanzi ad un tempo binario: un’alternanza tra giorno e notte, estate e inverno; si viene dunque a creare un generale ritmo cadenzato di “azione – riposo” al quale, così come tutti gli altri esseri viventi, ubbidisce anche l’uomo.
    E nell’uomo stesso - meraviglioso microcosmo - ritroviamo gli stessi ritmi cadenzati e armonici quali il ciclo respiratorio (inspirazione ed espirazione), il ciclo cardiaco (sistole e diastole), le fasi di riempimento e svuotamento di vari organi (intestini e reni).
    Anche la più piccola cellula riflette, nel proprio metabolismo, questo ritmo (anabolismo e catabolismo.
    Per riuscire a dare un’immagine a questa dualità, a questa alternanza, la filosofia cinese ha elaborato il “sistema yin - yang”.
    Sono termini abbastanza generici che simbolizzano rispettivamente l’inerzia (yin) e l’azione (yang).
    Lo “yin - yang” rappresenta i due lati opposti e complementari di ogni cosa esistente nell’Universo.
    In questo modo, si possono attribuire a questo binomio moltissime qualità.
    Mentre lo yang è l’essenza dell’estate, del giorno, della luce, del calore, dell’esteriorità e dell’uomo, lo yin rappresenta l’essenza dell’inverno, della notte, dell’oscurità, del freddo, dell’interiorità e delle donne.
    A questo punto, possiamo affermare che yin e yang sono l’espressione della polarità di due forze contrarie: la forza centrifuga, attiva ed espansiva yang e la forza centripeta, passiva, di contrazione yin.
    Nel Cosmo, queste due forze si manifestano secondo un ritmo regolare e successivo che va dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo.
    Quando yin e yang si succedono come principi opposti ed alternati, rappresentano un dinamismo binario.
    Quando sono entrambi presenti con la mediazione di un termine intermedio l'uomo si crea una struttura ternaria.
    Ma perché l’uomo vibra in risonanza con il Cosmo ?
    Perché l'uomo è un insieme d'energia.
    L'uomo è il risultato di un insieme di canali energetici e di centri energetici che vibrano in sintonia con tutto ciò che li circonda come la luce, i colori, i suoni, l'Universo.
    Perché l'uomo, come parte integrante dell'Universo, attinge a quell'immenso oceano di Energia Cosmica divenendo egli stesso mediatore e protagonista di quello scambio energetico eterno e immutabile che è all'origine della vita.
    E' per questo, che nei secoli si è andata definendo quella che oggi si chiama "Pranoterapia": un discorso sul prana inteso come Energia Universale. (Sito di proprietà della società R.P.C.T. S.r.l. con sede legale a Roma a Piazza Filattiera, 48.
    - Tutti i diritti riservati.
    Tutela dei dati personali – Disclaimer.)

    MISURARE IL TEMPO: Cos’è il tempo ?
    "Se nessuno me lo chiede, lo so. Se dovessi spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so".
    Con queste parole delle Confessionei di Sant’Agostino è iniziata la speculazione moderna sul concetto di tempo.
    Per quanto esistono mezzi per misurarlo il tempo è qualcosa di sfuggente.
    Dividiamo il tempo in passato, presente e futuro ma se ci pensiamo bene il presente è composto di attimi, attimi di cui prendiamo conscienza una volta trascorsi.
    Da questa visione si può affermare che il presente non esiste.
    Misurare il tempo ci sembra una cosa naturale eppure si tratta di una cosa tutt'altra che naturale basata o imposta da una certa visione del mondo.
    Il tempo si è ridotto, infatti....non esistono più le mezze stagioni.

    Cosa si intende per 'il tempo dura meno' ?
    La nozione di tempo, di un tempo che come un fiume scorre senza sosta e inesorabilmente dal giorno della nascita a quello della morte, forse è sempre esistita nella mente dell'uomo, ma l'esigenza di misurarne la durata deve essere sorta in un momento successivo e cioè solo quando, dopo essersi organizzato in gruppi, l’uomo sentì la necessità di ripartire la giornata tra il periodo da riservare al lavoro e quello da dedicare alle cerimonie religiose e al riposo.
    L'uomo, allora, si deve essere guardato intorno alla ricerca di qualche fenomeno naturale che, evolvendo in modo ritmico ed uniforme, potesse essere utilizzato come indicatore del tempo che passa.
    E' noto che qualsiasi evento che si ripeta con regolarità nel corso di lunghi periodi, o qualsiasi meccanismo naturale o artificiale che si muova di moto uniforme, può essere utilizzato per misurare lo scorrere del tempo: potrebbe andar bene allo scopo, ad esempio, l'oscillare di un pendolo, il sorgere e il tramontare periodico del Sole, il defluire dell'acqua entro una clessidra, o il semplice battito del cuore.
    Ora, fra tutti i fenomeni naturali, con i quali l’uomo primitivo era quotidianamente a contatto, il moto regolare della volta celeste sembrava essere il più evidente indicatore dello scorrere del tempo. Ancora oggi infatti accade che quando una persona si abitua a non portare l'orologio al polso, il modo più naturale e spontaneo per sapere l'ora, sia quello di guardare il cielo.
    Il moto degli astri, e del Sole in particolare, deve aver quindi rappresentato per l'uomo primitivo una specie di orologio naturale sempre disponibile e della cui immutabilità poteva essere certo.
    Da questo orologio era possibile trarre, in modo diretto, un'unità di misura del tempo: essa, senza dubbio, all'inizio, fu il «giorno», un lasso di tempo che oggi possiamo definire in due modi diversi a seconda del punto di riferimento che si adotta per misurarlo. Vediamo allora come si può fare per determinarne la durata.

    IL GIORNO SIDEREO E IL GIORNO SOLARE: Se in una notte serena si guarda in alto in cielo, verso nord, per un tempo sufficientemente lungo, ci si accorge che le stelle si muovono, tutte insieme, intorno ad un punto, coincidente, quasi esattamente, con la Stella Polare.
    Il «Piccolo Carro», ad esempio, gira intorno alla Stella Polare, che è la prima del suo timone, come fosse la lancetta di un orologio (in verità molto originale) che si muove però in senso contrario a quello delle lancette dei nostri orologi.
    Quando il Piccolo Carro, insieme alle altre stelle, ha compiuto un giro completo attorno alla Stella Polare (che, come sappiamo, rappresenta il punto d’incontro del prolungamento dell’asse terrestre con la volta celeste) noi diciamo che è trascorso un giorno.
    Per determinare però, con precisione, la nostra unità di misura, è indispensabile individuare in cielo il cosiddetto meridiano del luogo: l'operazione non è difficile.
    Si segna, innanzi tutto, il punto che si trova esattamente sulla verticale dell'osservatore: quel punto si chiama zenit da un termine arabo che significa "sopra la testa".
    Si traccia quindi, idealmente, una semicirconferenza che da nord passando per lo zenit arrivi a sud.
    Questa linea che divide il cielo in due metà uguali è denominata meridiano, termine che deriva da una parola latina che significa, letteralmente, "metà del giorno", perché quando è attraversata dal Sole, a metà del suo viaggio diurno da est ad ovest, è, per l'appunto, metà del giorno, ossia "mezzogiorno".
    Anche gli altri astri, nel loro spostarsi da oriente ad occidente, attraversano quella linea a metà del loro cammino.
    La Stella Polare, invece, sta permanentemente su quella linea, ad un’altezza, alle nostre latitudini, intermedia fra l’orizzonte e lo zenit.
    Una volta individuato il meridiano del luogo, possiamo definire con rigore quello che viene chiamato il giorno sidereo, ossia il giorno determinato con riferimento ad una stella.
    Esso è l'intervallo di tempo che intercorre fra due passaggi successivi della stessa stella sul meridiano del luogo.
    Questo lasso di tempo dura esattamente 23 ore, 56 minuti primi e 4 minuti secondi (23h 56’ 4”).
    Prima di continuare, è bene chiarire che il moto delle stelle intorno ai poli è solo un moto apparente perché ciò che si muove realmente è la Terra intorno al proprio asse.
    Quindi il giorno sidereo in realtà non è altro che il tempo impiegato dalla Terra per compiere una rotazione completa su sé stessa, e questo movimento, come abbiamo appena detto, può considerarsi di durata praticamente costante.
    Ma l'uomo, di notte, generalmente dorme e se non dorme difficilmente si sofferma a guardare le stelle, quindi il giorno sidereo non viene utilizzato dalla gente comune come misuratore del tempo che passa.
    La vita civile oggi, come in passato, normalmente si svolge di giorno ed è quindi regolata dal movimento del Sole e non da quello delle stelle.
    Ora viene da chiedersi: se per definire la durata del giorno anziché far riferimento ad una stella qualsiasi ci si rivolgesse al Sole, si otterrebbe lo stesso risultato?
    In altri termini, il giorno misurato rispetto ad una stella lontana ha la stessa durata del giorno misurato rispetto al Sole?
    Prima di rispondere vediamo di definire il giorno rispetto al Sole così come si è fatto rispetto ad una stella lontana.
    In questo caso diremo che il giorno solare è l'intervallo di tempo che intercorre fra due passaggi successivi del Sole sul meridiano del luogo. La sorpresa si ha quando si va a misurare questo intervallo di tempo: si scopre innanzitutto che esso dura circa 24 ore, quindi circa quattro minuti in più del giorno sidereo e poi che non ha sempre la stessa durata nel corso dell’anno.
    Come mai queste differenze?
    Il motivo della discordanza fra giorno solare e giorno sidereo risiede nel fatto che la Terra, mentre ruota su sé stessa, si muove anche, e nello stesso senso antiorario, intorno al Sole, spostandosi, rispetto ad esso, in modo apprezzabile.
    La Terra non si sposta invece, nel corso dell’anno, in modo apprezzabile, rispetto alle stelle fisse, le quali, essendo lontanissime, appaiono occupare sempre la stessa posizione quando vengono osservate dai diversi punti nei quali si viene a trovare il nostro pianeta nel suo viaggio intorno al Sole.
    A causa del movimento di rivoluzione della Terra, un osservatore vede il Sole cambiare posizione, giorno dopo giorno, rispetto allo sfondo delle stelle fisse.
    Per la verità le stelle, in pieno giorno, non sono visibili, però è ugualmente possibile conoscere la loro posizione anche quando il Sole illumina il cielo.
    Al mattino presto, ad esempio, poco prima dell’alba, o alla sera tardi, poco dopo il tramonto, è possibile osservare nel corso dell’anno le diverse stelle che stanno vicino al Sole; ricercando quindi gli stessi raggruppamenti di stelle sulle mappe del cielo notturno, si possono identificare anche quelle che si trovano in pieno giorno immediatamente dietro ad esso.
    Ebbene, questo sfondo di stelle, sul quale si staglia il Sole, cambia gradualmente durante l'anno. Per la precisione, in 365,2422 giorni solari (365 giorni e 6 ore circa), il Sole percorre il circuito com­pleto del cielo (conseguenza del movimento della Terra intorno ad esso), cioè copre un arco di 360° (alla velocità di circa un grado al giorno: 360°:365g ˜1° al giorno).
    Durante questo viaggio la Terra avrà ruotato su sé stessa un po’ più di 366 volte: saranno in pratica passati esattamente 366,2422 giorni siderei.
    In altre parole, in circa 365 giorni la Terra ruota su sé stessa un po’ più di 366 volte.
    Per capire bene il motivo della differenza di durata fra giorno sidereo e giorno solare, immaginiamo di vedere, a mezzogiorno, insieme al Sole che passa (o "culmina", come anche si dice) sul meridiano del luogo, una stella che gli stia esattamente sopra la testa, e quindi anch'essa sullo stesso meridiano.
    Dopo un giorno sidereo, cioè dopo che la Terra avrà effettuato una rotazione completa su sé stessa, la stella ripasserà esattamente sul meridiano del luogo (dove si trovava il giorno prima), ma non ripasserà per quel punto il Sole perché in ritardo: esso si trova infatti spostato di circa un grado verso est (si tratta, come abbiamo detto più volte, di un moto apparente perché è la Terra che in realtà si è spostata avendo percorso, nel tempo di una rotazione su sé stessa, un breve tratto della sua orbita intorno al Sole).
    La Terra dovrà quindi girare su sé stessa ancora di circa 1 grado (e lo farà in circa 4 minuti) per potersi riallineare con il Sole.
    Il giorno seguente, per trovarsi di nuovo allineata con il Sole, dopo la culminazione della nostra stella di riferimento sul meridiano del luogo, la Terra dovrà spostarsi di due gradi sull'orbita e per farlo impiegherà circa 8 minuti, perché ora dovrà girare su sé stessa di ulteriori due gradi, e così via.
    Dopo sei mesi, quando rispetto alla nostra stella di riferimento sarà mezzogiorno, e cioè quando questa stella culminerà sul meridiano del luogo, rispetto al Sole sarà mezzanotte, e cioè esso culminerà sul meridiano opposto (quello che a mezzogiorno sta alle nostre spalle).
    Dopo un anno, la Terra avrà fatto una rotazione in più su sé stessa rispetto a quelle necessarie per mantenersi in sintonia con il Sole.
    La conseguenza di tutto ciò è che l'anno consiste di 366,2422 giorni siderei, ma di soli 365,2422 giorni solari.
    Per chiarire ancor meglio il concetto facciamo un esempio concreto immaginando che la giornata lavorativa si fondi sul tempo sidereo anziché sul tempo solare.
    Che cosa accadrebbe se, per contratto, venisse stabilito che il lavoro debba iniziare alle 8 del mattino (ora siderea)?
    Succederebbe che il primo giorno si andrebbe al lavoro effettivamente allo spuntare del Sole ma, dopo sei mesi, le 8 del mattino(?) capiterebbero al calare della notte.
    Ciò sarebbe, per l'appunto, conseguenza del fatto che l'orologio sidereo è un po’ più veloce dell'orologio solare perché le ore, i minuti e i secondi dell’orologio sidereo sono un po’ più brevi di quelli dell’orologio solare.
    Per la precisione, ad ogni giorno che passa, l'orologio sidereo guadagna circa 4 minuti su quello solare e alla fine dell'anno avrà guadagnato un giorno intero (4' x 365g = 1.460' = 24 ore circa).
    Con questo esempio si chiarisce anche il moti­vo per il quale la misurazione del tempo debba necessariamente fondarsi sul movimento del Sole, e non su quello delle stelle.
    Successivamente vedremo di spiegare il motivo della diversa durata del giorno solare nel corso dell’anno.

    UN PO' DI STORIA: Fin dai tempi antichi il giorno venne diviso in 12 parti, ciascuna delle quali, a sua volta, in 30 frazioni.
    Furono i Sumeri, il popolo che 3.000 anni prima di Cristo viveva sulle rive dei fiumi Tigri ed Eufrate, a suddividere il giorno in questo modo; essi, in precedenza, avevano già diviso l'anno in 12 mesi e i mesi in 30 giorni.
    Per quale motivo i Sumeri scelsero proprio i numeri 12 e 30 per dividere periodi di tempo più lunghi?
    La risposta va ricercata innanzitutto in motivi di ordine pratico, ma forse alla decisione hanno contribuito anche ragioni di carattere religioso.
    Il 12 e il 30 sono due numeri particolari in quanto, caso unico, si lasciano dividere in vario modo in parti più piccole senza lasciare resto e questo fatto, per un popolo che non aveva tanta dimestichezza con il calcolo delle frazioni, doveva essere molto vantaggioso.
    Quelle popolazioni forse pensarono anche che fossero stati gli dei a creare quei numeri proprio perché venissero adoperati dagli uomini con facilità.
    Il 12 infatti è divisibile, senza lasciare resto, per 2, 3, 4 e 6 e nessun altro numero così piccolo si lascia dividere in tante parti dando sempre valori interi.
    Analogamente il 30 si lascia dividere, dando sempre numeri interi, per 2, 3, 5, 6, 10 e 15.
    Successivamente gli Egizi decisero che era più utile, ai fini pratici, suddividere il giorno in 24 ore invece che in 12.
    Il giorno egiziano, tuttavia, pur essendo diviso in 24 ore era profondamente diverso da quello odierno.
    Innanzitutto in esso si distinguevano le ore di luce che erano 10, da quelle di buio che erano 12 ed oltre a queste 22 ore venivano conteggiate altre due ore a parte per i crepuscoli: un'ora per l'alba ed un'altra per l'imbrunire.
    Adottando questo sistema, le ore del giorno finivano per avere durata diversa nel corso dell’anno in quanto, dovendo essere ciascuna di esse pari ad un decimo delle ore di luce totale, diventavano più lunghe d'estate (circa 75 minuti) e più brevi d'inverno (circa 45 minuti), quando le giornate, come tutti sanno per esperienza, sono più corte (circa 15 ore di luce d’estate contro solo 9 d’inverno).
    Di conseguenza, anche la durata delle ore notturne e quella dei crepuscoli variava lungo l’anno.
    Il sistema di misura del tempo in uso fra gli Egizi era obiettivamente complicato e alla fine si decise di semplificarlo dividendo tanto le ore di luce quanto quelle di buio per12, eliminando in questo modo le ore dell'alba e quelle del crepuscolo serale.
    Le ore variavano sempre in lunghezza da stagione a stagione, ma ora le variazioni erano uniformi. Si pensa che questa semplificazione sia stata la conseguenza dell'invenzione dei primi orologi che non dipendevano direttamente dal moto degli astri.
    Questi nuovi orologi erano le «clessidre ad acqua», congegni molto semplici che misuravano il passare del tempo vuotando o riempiendo di acqua un recipiente.
    Fino a quel momento il tempo era stato sempre misurato osservando il movimento degli astri e in particolare, durante il giorno, quello del Sole. Gli antichi sapevano quanto noi come fosse pericoloso per la vista osservare direttamente gli spostamenti del Sole in cielo, ma impararono ben presto che era possibile seguire i suoi movimenti anche senza guardarlo direttamente.
    Piantando un bastone a terra era possibile conoscere la posizione del Sole osservando lo spostamento dell’ombra proiettata dal legno.
    Ora, tutto sarebbe molto semplice se il Sole percorresse in cielo sempre la stessa traiettoria, mentre sappiamo che, alle nostre latitudini, esso rimane basso sull'orizzonte d'inverno e si alza d'estate, descrivendo archi sempre più ampi sui nostri orizzonti; pertanto, da un giorno all'altro, alla stessa ora, l'ombra del bastone non avrà né la stessa lunghezza, né la stessa direzione.
    In seguito il rudimentale bastone divenne un'asta (la cui estremità era detta gnomone, da un termine greco che significa "uno che sa") fissata ad una coppa dotata di piedistallo.
    Sul bordo della coppa erano incisi dei numeri che indicavano le ore del giorno e poiché a metà giornata, quando il Sole è alto in cielo, le ombre si muovono con maggior lentezza, sul bordo della coppa i numeri relativi alle ore meridiane risultavano sistemati più vicini gli uni agli altri, mentre quelli che indicavano le ore della mattina presto o del tardo pomeriggio erano più distanziati fra loro.
    Questo strumento per la misura del tempo fu chiamato meridiana.

    GLI OROLOGI: La parola “orologio” deriva da due termini greci: hour che significa “stagione”, e logos che significa “discorso”, quindi l’orologio sarebbe un “discorso sulla stagione” con chiaro riferimento al fatto che la durata degli intervalli di tempo segnati da questi strumenti originariamente era diversa nelle diverse stagioni.
    Come vedremo subito, per molti secoli gli unici strumenti per misurare il tempo restarono le meridiane e le clessidre, orologi noti fin dalla più remota antichità.
    Di meridiane, che sarebbe più corretto chiamare «orologi solari» o «quadranti solari», ne furono costruiti diversi modelli: con il quadrante orizzontale, con il quadrante opportunamente inclinato, oppure con il quadrante verticale, orientato a sua volta verso sud, verso est o verso ovest.
    Anche l'asta dello gnomone cambiò posizione e, da verticale che era all'inizio, divenne parallela all'asse terrestre: in questo modo, durante l'anno, la sua ombra continuava a variare in lunghezza, ma non più in direzione e quindi le ore apparivano tutte della stessa durata.
    La punta dell'asta degli orologi solari, in alcuni casi, fu sostituita da un piccolo foro praticato spesso sul tetto di un edificio in una posizione tale da lasciare passare direttamente i raggi del Sole a mezzogiorno: questi raggi, a loro volta, formavano una macchia luminosa sul pavimento all'interno dell'edificio.
    Un interessante esempio di questo tipo di orologio si trova nella Basilica di S. Petronio a Bologna dove, incastonata nel pavimento, si può vedere una lunga barra bronzea che ha la funzione di materializzare la linea meridiana.
    A mezzogiorno, quando il Sole culmina, i suoi raggi passano attraverso il foro praticato sul tetto, entrano nella chiesa, e vanno a cadere sulla barra bronzea in un punto diverso a seconda dei giorni dell'anno.
    Quest'orologio venne progettato e realizzato, nel 1655, da Gian Domenico Cassini (capostipite di una famiglia di astronomi di origine italiana che operò soprattutto in Francia) e serve, com'è evidente, solo per individuare il mezzogiorno vero, cioè quello indicato direttamente dal Sole.
    A rigore, pertanto, solo a questo tipo di orologio si dovrebbe dare il nome di meridiana riservando quello di orologio solare o quadrante solare a quegli strumenti che segnano anche le altre ore del giorno.
    La meridiana, come si è già detto implicitamente, oltre al mezzogiorno del luogo, indica anche il mese e il giorno corrispondenti perché la posizione che assume la macchia luminosa lungo la barra sistemata sul pavimento, si sposta nel corso dell’anno.
    L'orologio solare funziona solo di giorno e solo se il cielo è sereno.
    Per segnare il tempo di notte o quando il cielo è nuvoloso andrebbe bene la clessidra, parola di origine greca che significa "ladra d'acqua".
    Si tratta, come si ricorderà, di uno strumento molto semplice che misura il passare del tempo facendo sgocciolare dell'acqua, attraverso un foro, da un contenitore ad un altro.
    L'invenzione della clessidra svincolò il computo del tempo dalla diretta e continua osservazione del cielo, ma consentì anche una sua diversa valutazione.
    Gli orologi solari e stellari indicavano infatti un “preciso istante”, ovvero il momento in cui un determinato evento si verificava.
    Le clessidre, invece, attraverso il lento svuotamento (o riempimento) di un recipiente (che presentava eventualmente incise all'interno delle tacche di riferimento), mostravano con chiarezza gli “intervalli di tempo”, ossia misuravano la durata di un determinato evento o fenomeno.
    Da questo punto di vista possiamo quindi ritenere che solo con l'invenzione della clessidra nacque l'effettiva misurazione del tempo.
    Tuttavia come le nuvole rendevano inutilizzabili gli orologi solari, così il gelo rendeva inutilizzabili le clessidre ad acqua, benché nei paesi freddi, bastasse sostituire l'acqua con della sabbia per fare funzionare le clessidre anche d'inverno.
    Si trattava, tutto sommato, di apportare una piccola modifica alle clessidre esistenti, eppure, sembra incredibile, si è dovuto aspettare fino al 1300 per vedere in azione le prime clessidre a sabbia di cui vennero costruiti diversi modelli in grado di misurare intervalli di tempo variabili da pochi secondi a ventiquattro ore.
    Svariati furono anche gli utilizzi di tali orologi.
    Essi erano usati sulle navi dove non si potevano imbarcare orologi di altro tipo, nei tribunali per misurare il tempo da concedere agli avvocati per la difesa dei loro assistiti, nelle officine e, fino al 1800, per sentire il polso dei malati.
    Oggi le clessidre a sabbia sono considerate per lo più oggetti decorativi, tuttavia vi è ancora qualcuno un po’ snob che le utilizza per la cottura delle uova alla coque, o per misurare il tempo che passa al telefono.
    Bisognerà aspettare fino alla fine del XIII secolo per vedere la nascita di un nuovo tipo di orologio, il cosiddetto orologio meccanico, un marchingegno piuttosto complicato e ingombrante che implicava il lavoro sincrono di molti elementi.
    A muovere il tutto provvedeva un peso legato ad una corda avvolta intorno ad un asse orizzontale, o "tamburo".
    Via via che il peso si portava verso il basso la corda costringeva l'asse a girare su sé stesso.
    Quest’asse rotante, a sua volta, metteva in azione una serie di ingranaggi i quali erano collegati ad una lancetta che indicava le ore o a dei campanelli che suonavano ad intervalli di tempo regolari.
    Naturalmente quando la corda si era completamente srotolata dal tamburo, bisognava riavvolgerla: più che di un orologio si trattava quindi di una specie di argano.
    Per rallentare la discesa del peso era necessaria la presenza di un apposito meccanismo, altrimenti il peso scendendo avrebbe tirato con forza la corda che si sarebbe srotolata velocemente dall'asse esaurendo in breve tempo il moto degli ingranaggi.
    Il meccanismo con il compito di controllare la velocità di discesa del peso era chiamato «scappamento» e aveva la funzione, per mezzo di due nottolini che si inserivano alternativamente fra i denti di una ruota, di consentire alla stessa di girare a un dente per volta.
    Con questo sistema, l'energia prodotta dal peso che scendeva non si liberava velocemente, tutta insieme, ma "scappava" un po' per volta: da qui il nome del meccanismo.
    Gli orologi meccanici, all'inizio, erano molto imprecisi (certamente più imprecisi delle clessidre e degli orologi solari), e per essi era normale l’errore anche di un'ora al giorno.
    Nonostante la qualità piuttosto scadente degli orologi in uso, già da lungo tempo si era tuttavia affermata l'abitudine di suddividere l'ora in 60 parti più piccole, tutte uguali, ciascuna delle quali veniva chiamata in latino pars minuta prima che significa "prima piccola parte", poi abbreviata in «minuto»; e queste, a loro volta, venivano suddivise in altre 60 parti ancora più piccole, ciascuna delle quali era chiamata, sempre in latino, pars minuta secunda (seconda piccola parte), poi abbreviata in «secondo».
    Anche in questo caso la scelta del numero 60 viene fatta risalire ai Sumeri, i quali avevano diviso il cerchio in 360 parti uguali, ciascuna delle quali in seguito venne chiamata grado, da un termine latino che significa "passo, scalino".
    Il 60 e il 360 erano considerati anch'essi numeri "magici" concessi all'uomo dagli dei perché facilmente divisibili in tanti modi diversi senza lasciare resto.
    A proposito di questa suddivisione in sessantesimi sia dei gradi della circonferenza che delle ore del giorno, soprattutto per i non addetti ai lavori, il parlare di minuti e di secondi sia riferendosi al tempo, sia riferendosi agli angoli, può rappresentare motivo di confusione.
    Nel 1581, all'età di soli 17 anni, Galileo Galilei scoprì che l'oscillazione naturale di un pendolo avviene ad intervalli regolari di tempo, e ciò indipendentemente dall'ampiezza dell'oscillazione stessa.
    In al­tre parole, il tempo impiegato dal pendolo per andare e tornare in un viaggio di oscillazione completa è sempre lo stesso, tanto per l’oscillazione molto ampia quanto per quella poco ampia.
    La cosa non è affatto ovvia perché l'intuizione ci porterebbe a credere che le oscillazioni ampie debbano durare di più di quelle strette, invece Galilei notò che quando l'ampiezza era grande il moto era veloce, mentre quando era piccola il moto era lento e quindi il tempo per completare l’oscillazione in definitiva era lo stesso.
    (Oggi sappiamo che non è esattamente così, ma la differenza è veramente minima e per molti aspetti insignificante.)
    La storia vuole che lo scienziato pisano arrivasse a questa scoperta osservando una lampada oscillare, sotto la spinta di una corrente d'aria, nella cattedrale della sua città, mentre assisteva ad una funzione religiosa.
    Si dice anche che per controllare l'isocronismo delle oscillazioni della lampada il giovane Galilei, a quel tempo studente di medicina, si sia avvalso delle pulsazioni del proprio polso.
    Il «pendolo» (dal latino pendulus, "che oscilla") sarebbe quin­di un orologio perfetto, ma Galilei non riuscì a trasferire questa sua scoperta nel meccanismo di un orologio.
    In realtà egli ci provò, ma solo alla fine della sua vita, quando, ormai vecchio e sfiduciato, era anche diventato quasi cieco.
    Il primo orologio a pendolo verrà cos­truito invece dal fisico e astronomo olandese Christiaan Huygens, intorno alla metà del XVII secolo, pochi anni dopo la morte di Galilei.
    Il pendolo non oscilla per tempi infiniti, ma a causa dell'attrito dell'aria e di alcuni contatti meccanici che non possono essere evitati, rallenta la sua corsa e alla fine si ferma.
    Occorre allora dargli ogni tanto una piccola spinta per mantenerne le oscillazioni.
    A ciò provvede un motore a peso, come si può vedere ancora oggi in molti orologi a pendolo delle nostre case, oppure un motore di altro tipo, ad esempio a molla o elettrico, come è nei modelli più moderni e sofisticati.
    L'orologio a pendolo si dimostrò dieci volte più preciso del precedente orologio meccanico.
    Nonostante la sua aria tranquilla il pendolo, tuttavia, non è im­perturbabile: se non è sistemato in posizione perfettamente verticale l'oscillazione si altera e il meccanismo si può anche fermare.
    Nemmeno il suo ritmo è così costante come immaginava Galilei: impiega infatti un po' più di tempo nelle oscillazioni lunghe e un po' meno in quel­le corte e questa impercettibile variazione di velocità, alla lunga, si fa sentire.
    Sarà il fisico inglese Robert Hooke (1635-1703) a trovare la soluzione inventando il bilanciere a spirale, ossia una molla avvolta a spirale che muove alternativamente una rotellina prima in un senso e poi nell'altro.
    La sua funzione è uguale a quella del pendolo, però il suo ritmo non viene più modificato dalle variazioni di ampiezza e dai cambiamenti di posizione.
    Esso funziona altresì quando è sistemato in posizione orizzontale e può essere costruito anche di dimensioni ridotte.
    Grazie a questa nuova scoperta fu possibile realizzare il primo esemplare di orologio da tasca.
    In realtà qualche problema questo tipo di orologio ancora lo creava, perché la forza trasmessa dalla molla era irregolare: massima quando era completamente carica e via via minore a mano a mano che si allentava.
    Per ovviare a questo inconveniente fu escogitato un complicato congegno con una corda metallica che si avvol­geva intorno al cilindro dove era alloggiata la molla.
    Per questo motivo, nonostante il congegno sia ormai scomparso da tempo, a volte si sente ancora dire, con riferimento alla carica, "dare la corda" all'orologio, oppure "è giù di corda" quando si allude a qualcuno che è senza energia.
    Per avere l'orologio da polso bisognerà invece attendere addirittura l'inizio del ventesimo secolo.
    Frattanto, l'orologio a pendolo veniva sempre più perfezionato utilizzando leghe d'acciaio indeformabili e sistemandolo all'interno di un ambiente in cui veniva creato il vuoto per proteggerlo da variazioni di temperatura, dalla polvere e dall'attrito dell'aria. L'orologio a pendolo diventava, in questo modo, uno strumento di grande precisione, adatto a misurazioni scientifiche.
    La prossima innovazione si avrà con i cosiddetti orologi a quarzo i quali sfruttano una particolare proprietà di questi minerali che viene detta «piezoelettricità» (piezo è una parola greca che significa “comprimere”).
    Il fenomeno venne scoperto, nel 1880, dal chimico francese Pierre Curie (il marito di Marie, entrambi premi Nobel per le ricerche sul fenomeno della radioattività) il quale notò che quando un cristallo di quarzo subisce una pressione lungo un determinato asse di simmetria emette una debole corrente elettrica.
    Inversamente, se un cristallo di quarzo viene sottoposto all'azione di un campo elettrico, prodotto ad esempio da una piccola pila a secco, il cristallo si mette a vibrare come si trattasse di un diapason.
    E come con il diapason è possibile costruire orologi di alta precisione, altrettanto si può fare con i cristalli di quarzo i quali vibrano ad un ritmo più elevato e quindi sono ancora più precisi di quelli a diapason.
    Il primo orologio a quarzo fu costruito nel 1927 da due tecnici inglesi di nome W. A. Marrison e J. Horton e si dimostrò subito un meccanismo quasi perfetto in grado di garantire una precisione di 1/1.000 di secondo al giorno.
    Esso sostituirà gradualmente gli orologi che portiamo al polso e raggiungerà ben presto una perfezione di funzionamento tale da consentire all'astronomo inglese H. Spencer Jones di verificare che il tempo di rotazione della Terra intorno al proprio asse non è così preciso come si era sempre ritenuto che fosse.

    DAL GIORNO SIDEREO AL GIORNO SIDERALE: Abbiamo detto che il giorno sidereo, definito come il tempo intercorrente fra due passaggi successivi di una stella al meridiano del luogo (che poi in realtà non è altro che il tempo che impiega la Terra a ruotare su sé stessa), è un lasso di tempo che si può considerare uniforme e costante.
    Ora dobbiamo precisare che non è proprio così perché la Terra, al contra­rio di come può sembrare ad una osservazione poco attenta, non gira in modo regolare intorno al proprio asse.
    La Terra girerebbe intorno al proprio asse con moto invariabile e per l'eternità se fosse una sfera perfetta, rigorosamente omogenea, esattamente simmetrica, assolutamente rigida e perfettamente isolata nello spazio.
    Ma la Terra non è nulla di tutto ciò e quindi oscilla.
    Prima che siano individuati i motivi per i quali l'asse di rotazione del nostro pianeta non è stabile, è necessario definire in modo più rigoroso quello che abbiamo chiamato il «giorno sidereo».
    Sappiamo che, in generale, per definire la posizione di un punto nello spazio occorre trovare qualche cosa di fisso a cui fare riferimento.
    Ma esiste nell'Universo qualche cosa di veramente fisso? La risposta è no.
    Nell'Universo tutto è in movimento e quando scegliamo un sistema di riferimento rispetto al quale studiare i moti di altri corpi celesti, sappiamo già in partenza che quel sistema è a sua volta in moto rispetto a tutto il resto.
    Noi tuttavia ci preoccupiamo di utilizzare come sistema di riferimento un insieme di corpi che sia sì in movimento, ma di moto ordinato, retto da leggi precise che, una volta individuate, ci consentano di prevederne l'andamento.
    Per quanto riguarda il moto di rotazione della Terra su sé stessa, in un primo tempo si pensò di definirlo rispetto ad una generica stella fissa, poi però, in seguito alla scelta di un sistema di riferimento più generale per la determinazione della posizione dei corpi celesti, si rese necessario riferirlo rispetto al cosiddetto punto vernale.
    Il punto vernale (da "ver" un termine indoeuropeo con il quale si indicava la primavera), detto anche punto d'Ariete o punto gamma, è un punto del cielo ben preciso che corrisponde all'intersezione dell'eclittica (cioè del piano su cui giacciono Sole e Terra) con l'equatore celeste che non è altro che il prolungamento di quello terrestre.
    Questo punto non è attribuibile ad un oggetto che esiste materialmente, come per esempio ad una stella, ed inoltre si sposta in continuazione dalla sua posizione.
    La cosa tuttavia non è così grave perché le leggi che regolano i suoi movimenti, a differenza dei movimenti delle cosiddette stelle fisse, sono tutte note.
    Per capire dove si trova esattamente il punto vernale, e come si sposta nel tempo, sono indispensabili alcune conoscenze di quella parte dell'astronomia classica detta «astronomia sferica».
    Questa insegna che il piano definito dall'orbita della Terra intorno al Sole si chiama piano dell'eclittica (in pratica, come abbiamo detto, è il piano su cui giacciono Terra e Sole) mentre si chiama piano equatoriale celeste il prolungamento del piano equatoriale terrestre fino ad incontrare la volta celeste.
    Il piano dell'eclittica è inclinato, rispetto al piano equatoriale celeste, di circa 23 gradi e mezzo.
    A causa della posizione inclinata, di un piano rispetto all’altro, un osservatore che sta sulla Terra, vede il Sole, nel suo moto apparente sul piano dell'eclittica, viaggiare per 6 mesi stando al di sopra del piano equatoriale e per 6 mesi stando al di sotto di esso: e' evidente, allora, che due volte all'anno il Sole si troverà nei punti di intersezione del piano equatoriale con quello della eclittica.
    I due punti d'intersezione sono detti «punti equinoziali» (dal latino aequa nox che vuol dire “notte uguale”, sottinteso per tutta la Terra, perché nei due giorni dell'anno in cui il Sole viene a trovarsi nei punti suddetti la durata della notte, o meglio, la durata delle ore di buio, è la stessa in ogni località della Terra ed è anche uguale a quella del dì, ossia delle ore di luce).
    Uno di questi punti d'intersezione è quello in cui transita il Sole all'inizio della primavera e si chiama, come abbiamo detto, punto vernale.
    A volte questo punto è contrassegnato con la lettera greca gamma (g), l'antico simbolo dell'Ariete, in quanto, circa 2.000 anni fa, all'inizio della primavera, il Sole appariva proiettato nella costellazione dell'Ariete.
    Come si sa le costellazioni sono raggruppamenti apparenti di stelle; le dodici nelle quali si staglia il Sole nel corso dell’anno sono dette costellazioni dello zodiaco.
    Distingueremo quindi il «giorno sidereo», dal «giorno siderale» che definiremo come l'intervallo di tempo compreso fra due passaggi consecutivi del punto gamma (e non di una stella qualsiasi) sul meridiano del luogo.
    Il giorno siderale risulta più corto (di circa un centesimo di secondo) del giorno sidereo e quindi non corrisponde più ad una rotazione completa della Terra su sé stessa.
    Questa piccola differenza è conseguenza del fatto che il punto gamma non è fisso in cielo, ma si sposta leggermente nella direzione della rotazione diurna della sfera celeste e quindi appare, sul meridiano del luogo, prima che si sia completata la rotazione della Terra su sé stessa.

    MOTO DI ROTAZIONE INCOSTANTE. LA TERRA NON GIRA REGOLARMENTE: Torniamo ora alla Terra e al suo moto di rotazione incostante.
    Oggi, l'asse intorno a cui ruota il nostro pianeta è quasi esattamente diretto verso la stella Polare, ma duemila anni fa lo era molto di meno e sappiamo che in futuro si allontanerà sempre più dalla posizione che occupa attualmente.
    Fra circa 13.000 anni, si verrà a trovare nella direzione più lontana rispetto a quella odierna e punterà verso Vega, la stella più luminosa della costellazione della Lira.
    Ciò dipende dal fatto che la Terra è schiacciata ai poli e leggermente rigonfia all'equatore e, a causa di questa forma non perfettamente sferica, il Sole e la Luna esercitano sul rigonfiamento equatoriale un'attrazione maggiore di quella che esercitano sulle zone prossime ai poli.
    La conseguenza di tutto ciò è che l'asse presenta un lento movimento conico che si completa in 26.000 anni circa.
    E' lo stesso fenomeno che si può notare nella trottola la quale, quando ruota velocemente, mantiene il suo asse perfettamente verticale, ma quando rallenta, e si piega lateralmente, richiamata dalla forza di gravità, pur continuando a girare intorno all'asse, inizia anche un'altra rotazione, molto più lenta, rappresentata da un movimento conico dell'asse stesso intorno alla verticale che passa per il punto di appoggio al terreno.
    Qualcosa di simile alla trottola che rallenta il suo moto avviene per la Terra la quale tuttavia non si ribalta lateralmente, perché non vi è nulla che la richiami verso il basso.
    Vi è al contrario qualcosa che tende a farla raddrizzare, ossia a costringerla a sistemare l'asse per